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Vittorio Alfieri, annoverato fra i padri del Risorgimento politico italiano, utilizza una variante dell’espressione «Risorgimento delle Lettere» in riferimento alla letteratura di età medicea. Se quest’uso corrisponde alle consuetudini dell’epoca, in realtà la sua valutazione del Rinascimento si discosta dalla vulgata arcadica che individuava nei poeti del Cinquecento i rappresentanti più alti della tradizione letteraria italiana. Alfieri invece oppone alla loro produzione, compromessa dall’asservimento al principe mecenate, quella degli autori liberi del Trecento, specialmente Dante, anticipandone il culto romantico. Al nuovo canone, assunto in funzione paradigmatica, deve ispirarsi la letteratura contemporanea, cui è affidata una missione politica e civile, resa possibile dalla ridefinizione dello statuto dell’intellettuale, da cortigiano a tribuno, e dal riorientamento contenutistico e stilistico delle opere letterarie. In particolare la tragedia, che Alfieri si propone di rinnovare, deve sostituire al modello lirico e «femminile» francese quello epico e «virile» delle origini greco-latine.
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