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I Giganti della montagna, l'estrema riflessione sul rapporto tra l'esperienza artistica e la vita, attraverso il mito, inteso come possibilità di ricreazione e rinnovamento.Il rapporto tra persona e personaggio costituirà il punto di partenza per l'analisi dello spazio drammatico, luogo emblematico del dialogo tra l'arte e la vita, incarnato nella personalità dei protagonisti: il mago Crotone e la contessa Ilse.Il riconoscimento finale della capacità salvifica e creativa dell'arte rivelerà il confine friabile che separa-ed unisce al contempo-la vita e il palcoscenico.Il teatro è infatti metamorfosi continua: sul palcoscenico non solo il personaggio diluisce la propria maschera, ma anche l'attore che lo rappresenta, l'autore che l'ha consegnato al mondo dell'arte e lo spettatore che partecipa all'azione.Attraversando lo spettro delle infinite modulazioni della parola e del silenzio, il personaggio pirandelliano sperimenta l'intima relazione tra arte e vita.Il nucleo del discorso che sostiene lo sviluppo della poetica teatrale pirandelliana è la concezione dell'arte come vita, come esperienza vissuta e da vivere, proiettata nell'espressione artistica, che implica la piena partecipazione di pensieri ed emozioni.1 Intendere l'arte come (ri)creazione di vita conduce ad una peculiare visione del teatro, (ri)proposta, ogni volta nuova e differente, di tutti i movimenti liberi e spontanei della vita, attraverso la visione originale e originaria dell'artista.Punto di partenza è il riconoscimento della fondamentale drammaticità della vita, come Pirandello fortemente sostiene già ne La menzogna del sentimento dell'arte (1890), il primo testo saggistico trasversalmente relazionato con l'esperienza teatrale: noi sentiamo troppo, soffriamo troppo: la nostra vita è per sé stessa drammatica, però non possiamo avere la serenità di concepire il dramma, da che noi stessi vi siamo impigliati. 2
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