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Borgese e Manzoni Luciano Parisi Analizzerò le osservazioni che Borgese ha fatto su Manzoni nei suoi saggi critici e politici e nelle sue opere narrative. Vorrei mostrare l’importanza o l’utilità che alcune pagine borgesiane hanno ancora oggi nell’ambito di una riflessione critica su Manzoni; e illustrare lo sviluppo spirituale di Borgese, dal momento che ogni fase di quello sviluppo sfocia anche in una serie significativa di giudizi sull’opera o la religiosità di Manzoni. 1. Nel 1903 Borgese è un giovane laureando, intelligente, preciso, capace di audaci sintesi critiche. Scrive il suo primo libro, la Storia della critica romantica in Italia pubblicata due anni dopo da Benedetto Croce, al cui interno Manzoni ha già un ruolo di particolare importanza. Borgese analizza i testi principali della critica letteraria romantica italiana, dalla Lettera di Grisostomo di Berchet alla Storia della letteratura italiana di De Sanctis, e sviluppa una interpretazione generale del periodo che ne vide lo sviluppo. In Italia, sostiene, un romanticismo vero e proprio non ci fu: l’insurrezione romantica servì a liberare il classicismo dalle “pastoie accademiche” e a renderlo più autentico (St xvi) 1 ; il romanticismo italiano, dal suo punto di vista, [End Page 38] sarebbe stato una semplice riforma interna del classicismo. Parlando di classicismo Borgese si riferisce a un gusto letterario caratterizzato da tre istanze essenziali: l’esigenza di rappresentare il vero (ut pictura poësis); il senso della misura (la mediocritas oraziana); e l’esigenza di giovare con la poesia alla moralità del lettore (l’utile dulci). La critica letteraria di tipo accademico fraintende queste istanze, applicandole come norme vincolanti e intendendole in senso restrittivo: non afferma il necessario rapporto dello scrittore con la realtà, ma insiste su una corrispondenza quasi pittorica fra l’immagine letteraria e la cosa rappresentata (St 31). Richiamandosi al senso della misura i poeti accademici cercano invano di giustificare la loro incapacità a descrivere i sentimenti forti e sublimi; la poesia si riduce così a un “sentimentalismo femmineo sorridente fra le lagrimucce” (St 36). L’esigenza morale, infine, diventa moralismo: “Le convenienze e la castigatezza debbono venire in ogni cosa riverite” (St 73). La critica letteraria ispirata da questo male inteso classicismo è incapace di capire la vera natura della poesia: è dogmatica, pedante, verbosa, si perde in un’analisi minuziosa delle parole isolandole dal contesto espressivo. I romantici italiani, prosegue Borgese, non avversarono mai i principi essenziali del gusto letterario classico. Per Manzoni il vero fu sempre l’oggetto delle grandi opere d’arte. Il senso della misura per lui fu un principio stilistico ed umano fondamentale: “gli artisti liberi degli altri paesi, da Byron a Heine, a Vittore Hugo, amarono nei sentimenti e nelle espressioni l’eccessivo, il meraviglioso, il monstre”; Manzoni “seppe sorridere senza sghignazzare e commuoversi senza troppe lacrime e in ogni momento della vita e dell’arte cercar per sé e consigliare agli altri l’equità del giusto mezzo” (St 196). La ricerca dell’utile morale, infine, è una costante dell’arte manzoniana, dai versi giovanili del carme In morte di Carlo Imbonati (“né proferir mai verbo, / che plauda al vizio, o la virtù derida,” I 198) alle più tarde teorie che propongono, come scopo dell’arte, “il vero, l’utile, il buono, il ragionevole” (R 251–52). Conclude Borgese: “Il gusto letterario che Manzoni, presso che incontrastato, impose ai suoi contemporanei è ciò che si può immaginare di più virgiliano ed oraziano . . . mai s’era stati più ligi alla ricetta dell’utile dulci ed alla formula secondo cui l’arte serve al fine di giovar dilettando” (St xvi); Manzoni non è lontano “da Orazio nella calma sorridente e[d è] più virgiliano di Virgilio nello stile” (St 241). [End Page 39] È noto d’altra parte che Manzoni fu ostile al mondo classico che gli pareva intellettualmente ed eticamente orgoglioso. 2 Gli autori classici limitavano la rappresentazione dei personaggi socialmente umili alle situazioni comiche, e l’autore dei Promessi sposi sentiva questa convenzione lontana da sé. 3 I valori della storiografia antica lo sdegnavano: trovava atroci le gesta di Scipione Emiliano (Pt 272), falsa la virtù di Bruto (Pt 295), immorale il suo desiderio di gloria (In 161), spietati i progetti politici di Catone e Nasica (Pt 269). Nella Lettera...
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