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Muovendo da un episodio apparentemente minore – una nuova traduzione della Poetica di Aristotele pubblicata a Palermo nel 1815 dall’erudito tedesco Jakob Joseph Haus – il testo esplora le tensioni che sotterraneamente animano la cosiddetta ‘polemica classico-romantica’ (1816–27), così come le sue più vaste implicazioni nel suo essere laboratorio e palinsesto della modernità italiana. Nella sua traduzione Haus proponeva una nuova possibilità di resa per l’endiadi aristotelica di phóbos ed éleos: da essa discendeva una nuova interpretazione del concetto di catarsi, che poteva indirettamente supportare il rifiuto classicista di ogni ‘eccesso’ teatrale, come il ricorso a effetti truculenti e terrificanti. La nuova lettura di Haus, astutamente propagandata dai periodici del classicismo milanese, genera un sotto-dibattito che anima anni cruciali per il teatro italiano, giungendo a influenzare, per quanto indirettamente, autori come Manzoni e Leopardi. La ricostruzione di tale polemica, basata su una ricognizione attenta ed esaustiva della stampa periodica italiana negli anni della Restaurazione, getta anche nuova luce sulla tormentata genesi del ‘fantastico’ italiano, e più in generale sul rapporto conflittuale della cultura italiana con l’irrazionalismo.
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