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La "bella scola'' ed il "salutevol cenno": una ricerca semantica e stilistica Quando Dante è accolto nella "bella scola"' del Limbo {ìnf.4.80-102) la sua formale 'accettazione' nel mezzo dei massimi poeti del canone da lui stesso creato avviene per mezzo di un generale "salutevol cenno" seguito poi da un compiaciuto sorriso virgiliano.I quattro grandi poeti del canone "ragionano" di Dante piuttosto a lungo prima di ammetterlo fra di loro e tutta l'atmosfera dell'episodio è fortemente connotata nel senso di una 'investitura' cavalleresco-accademica.Verso una dimensione 'cortese' dell'incontro ci spinge soprattutto la descri- zione di Omero, che è "poeta sovrano" e che, brandendo una spada, incede "come sire".Il massimo poeta della tradizione occidentale è poi paragonato all'aquila, animale 'imperiale' per eccellenza (due sole occorrenze nel poema: qui e nell'episodio di Giustiniano di Par.6.1) e Dante è reso membro di una "schiera", vocabolo che curiosamente compare nella sua piena valenza guer- resca (valenza che nel poema è assunta dal vocabolo solo nel caso seguente su 19 occorrenze) nell'episodio di Forese Donati {Purg.24.99) in cui Virgilio e Stazio, poeti anch'essi, son per giunta definiti "marescalchi" (unica occorrenza nel poema).Altro indizio 'cortese' è il verbo-tecnico "ragionare" ("Amor che nella mente mi ragiona") chepertinente ad un piano epidittico o dimostrativo, come ben si vede dallo studio dell'uso che ne fa Dante nel caso del 'conci- liabolo' che stiamo esaminando -viene a mio giudizio ricondotto alla sua spe- cializzazione curtense o lato sensu stilnovistica di 'amabile dialogo di nobili intelletti' come in Purg.2.112 ; Purg.ll.lì, 104 e 130 (nel canto di Stazio); Purg.24.2 (proprio nel canto di Forese) e nell'importantissimo commiato di Virgilio in Purg.27.53.Il vocabolo "senno"^ricorre 1 1 volte nel poema in chiusura di verso (ma globalmente 15) ed in 9 di queste occasioni fa rima con "cenno".Non credo che si tratti soltanto di una costrizione del rimario dantesco, che effettivamente come forme concorrenziali offre solo il toponimo "Lenno" o le tre forme ver- bali "enno", "dienno" e "fenno", ma penso che si possa parlare piuttosto di un particolare rilievo dato al rapporto allievo-maestro, nell' estrinsecarsi del quale ad una positiva valutazione dell'ingegno non può non far seguito un "cenno" di QUADERNI d'italiamsttca Voi.XVm, No. 2. Autunno 1997 Antonio Rossini approvazione se non proprio una lode.^Equesto da un punto di vista 'acca- demico' è pacifico; ma il principio vale, e forse ancora di più, da un punto di vista psicagogico o comunque esemplare, se viene applicato a persone che con- dividono un particolare status, una condizione privilegiata di appartenenza ad una élite culturale o, meglio, spirituale, capace di incarnare ideali tali da poter giustificare la 'solennità' ed allo stesso tempo la 'complicità' di questo tipo di 'saluto-segnale', di questo 'riconoscimento' d'à pari o comunque fra persone che, se non esattamente pari per dignità, appartengono ad un mondo 'supe- riore' di cui T'annuizione' è segno tangibile (visto che d'altra parte adnuere, cioè 'fare un cenno di approvazione', era il verbo tecnico usato dai latini per indicare il 'favore' della divinità nei confronti di un difficile progetto o di un'ardua impresa, e specialmente nell'epica).Per quanto riguarda "cenno" il Thesaurus Linguae Latinae, pur parlando di origo incerta, conferma per il lemma cinnus una parentela con l'atto dell'annuizione, se nelle Glosse néuma è equiparato a/! M/M5 e se in Fulgenzio {Serm.ant.46) si attesta: nictare dicimus cinnumfacere.Il Dizionario Etimologico Italiano, dopo aver menzionato le stesse fonti del Thesaurus, si spinge più in là citando quelle che vengono definite le "contaminazioni" del vocabolo cinnum con signum che sarebbero avve- nute nei dialetti italiani del nord (genovese, piemontese, emiliano) ed addirit- tura avanzando l'ipotesi etimologica di una connessione fra il latino cinnum ed il greco kinéo (= 'muovo', che instaura, dal punto di vista della analisi che ci accingiamo a presentare, una suggestiva relazione causa-effetto fra 'cenno' e 'movimento', o 'avanzamento').Molto laconica è invece la voce "cenno" del Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Cortellazzo-ZoUi, laddove assai doviziosa di riscontri è la stessa voce nel Grande Dizionario della LinguaItaliana curato dal Battaglia; riscontri che però non aggiungono molto all'idea generale di "ordine", "comando" o "segno", "segnalazione".Per quello che ri- guarda invece il vocabolo "senno", oltre alla solita laconicità del DELL regi- striamo una se non esauriente quanto meno sufficiente trattazione nel DEI che avanza l'etimologia dal francone sin o sinn che varrebbe "senno", "tendenza", significato che permane nel tedesco sinn che significa appunto, secondo il Wahrig, 'senso', 'organo di senso', 'sensibilità', 'comprensione', 'scopo' e 'significato'.La lettura del GDLI è invece per noi assai importante perché fra i numerosissimi riscontri del termine che vengono proposti, e che ovviamente comprendono i significati più prevedibili di "prudenza", "buon senso", "facoltà intellettiva", "disposizione spirituale" e "astuzia", c'è anche una attesta- zione del vocabolo usato nel senso di "criterio" o "principio informatore" {kiiosio, Furioso 4.65).Come è chiaro una citazione da Ariosto sarebbe irrile- vante ai fini dello studio che ci proponiamo se non avesse appigli anche nel corpus dantesco.E assai stranamente i compilatori della voce hanno relegato una interessantissima occorrenza del termine nel Convivio (4.27.9), perfetta- mente sovrapponibile a quella dell'Ariosto, nella categoria "buon senso".Cre- diamo infatti che nel luogo dantesco "senno" valga 'conoscenza e possesso di un codice morale"; acquisizione che in certo modo ci agevolerà nell'affrontare il nostro viaggio attraverso la strategia intratestuale di Dante che abbiamo posto a oggetto della nostra ricerca.Utili ma non dirimenti e soprattutto non apportatrici di considerazioni nuove sono poi le voci cenno e senno dcU^Enciclopedia Dantesca, compilate rispettivamente da Emilio Pasquini e Alessan- dro Niccoli.Vediamo di ripercorrere, a questo punto, lo sviluppo all'interno del poema e, per così dire, la 'casistica' di questi complici riconoscimenti o 'in- vestiture'.Dobbiamo partire evidentemente con il canto 4 deìV Inferno che non riesa- mineremo nel suo complesso ma di cui mi piace far notare qualche aspetto ri- masto fin qui in ombra.Dato che ogni vera 'annuizione' deve avere una funzione diciamo così propiziatrice (si noti l'ambiguo valore semantico di "cenno salutevol" a mezza via fra 'cenno di saluto' e 'cenno di buon auspicio' o 'cenno che conforta e rinfranca' visto il significato del latino salus), l'ingresso di Dante in una "compagnia" proprio al principio di un viaggio, per quanto breve sia il tratto di cammino che il pellegrino compie con i cinque personaggi, può avere secondo me la funzione di un potente 'viatico' ( del resto anche il valore semantico di "compagnia" come 'gruppo di persone con cui condividere delle difficoltà', delle prove o dei disagi è ben attestato nella Commedia).Nella seconda delle occorrenze {Inf.8.3-9) del gruppo "cenno-senno", e cioè nella descrizione della sosta di Dante e Virgilio di fronte alle mura della città di Dite, l'enfasi si pone in senso passivo proprio sulla oscurità di un "cen- no" (cioè di un segnale convenuto, un segno di riconoscimento) di cui Dante non conosce il 'codice', cosicché lo smarrito pellegrino interroga Virgilio, do- po averlo qualificato "mar di tutto il senno", proprio sulla natura delle segnala- zioni luminose che si scambiano dalle torri della città.[...]li occhi nostri n'andar suso a la cima per due fiammette che i vedemmo porre, e un'altra da lungi render cenno, tanto ch'a pena il polca l'occhio tórre.E io mi volsi al mar di tutto '1 senno; dissi : "Questo che dice? e che risponde quell'altro foco? e chi son quei che '1 fenno?"Questo senso di disvelamento di un arcano pervade poi profondamente il terzo episodio, quello dell'ascesa di Gerione sollecitata da Virgilio per mezzo della corda che Dante usava come cintola {Inf.16.115-20).Virgilio riceve da Dante la corda e la getta nel burrone; a questo punto il poeta si chiede quale novità debba seguire a questo nuovo "cenno" (cioè inequivocabilmente un "segnale" come tutti i più autorevoli commentatori concordano nell'affermare) fatto dal suo maestro a chissà quale entità.Virgilio che è il "mare" di ogni pos- sibile ingegno non soltanto è pienamente consapevole del suo proprio gesto.
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