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Profeta e satiro.A proposito di Inferno XIX* Ambrogio Camozzi Pistoja A partire da riscontri testuali tra il diciannovesimo dell’Inferno e la Bibbia, Rachel Jacoff, Mirko Tavoni e Zygmunt Barański hanno mostrato come il canto dei simoniaci segni l’investitura di Dante a profeta.1 Il presente studio sostiene l’ipotesi che il canto segni allo stesso tempo e con la stessa enfasi l’investitura di Dante a satiro. I paramenti e il lessico di questa seconda investitura sono mutuati dalla dottrina retorica medievale e in particolare dalla tradizione esegetica che accompagna i testi di Persio, Giovenale e Orazio (vitae, accessus, glossae).2 Se tali segnali non sono stati recepiti è perché nel ricostruire il portato della tradizione satirica romana e medievale, gli studiosi tendono a negligere la riflessione retorica per occuparsi della produzione letteraria.3 In effetti sembrerebbe esserci una certa scollatura tra teoria e prassi sia che si interpreti la dottrina dei genera dicendi in senso stretto—un esercizio opinabile vista la natura composita dei generi letterari medievali—sia che si accetti un’interpretazione flessibile. Nel primo caso, ciò che accade è che i testi dichiaratamente satirici risultino molto radi; in Italia, ad esempio, i testi volgari redatti nel quattordicesimo secolo che si auto-definiscono ‘satira’ sono solo tre.4 Nel secondo caso, quando si parte da una definizione di genere fluida, i testi satirici risultano cosí variegati da far dubitare che una codificazione condivisa del genere sia mai esistita. “As it tries to do justice to the fullness of life,” spiega Joachim Classen in un saggio dall’eloquente titolo Satire—The Elusive Genre, “it mirrors this fullness in its own exuberant diversity, and it seems to be this essential feature of satire, indeed its very nature, which prevented any definition from being attempted, any theory from being developed.”5 Insomma, la [End Page 27] varietà (varietas) di temi, usi (giocoso, d’intrattenimento, moraleggiante, infamante, e altro), forme metriche (esametro, distico, canzone, sonetto, e altro) prosastiche (epistola, monologo, dialogo, aneddoto, e altro) e prosimetriche che caratterizza gli scritti satirici sarebbe sintomatica o causa di un basso tasso di codificazione.6 Alla categoria di ‘poesia satirica’ si preferisce così quella di ‘poesia comico-realista’, un tipo di catalogazione che si basa su una caratteristica d’uso—la plasticità del linguaggio—invece che su princìpi formali. Desautorato del suo valore tecnico, l’attributo ‘satirico’ viene impiegato per evocare un’imprecisata verve (‘satirico e graffiante’, ‘parodico-satirico’, ‘satirico-umorale’, o sinonimo di ‘canzonatorio’, ‘sarcastico’, etc.) o per indicare un’indefinita tipologia testuale che alloggerebbe senza apprezzabili distinzioni qualitative sul carrozzone letterario dove stanno la frottola, la poesia del vituperio, dell’invettiva, quella giocosa, burlesca, carnascialesca, grottesca, espressionistica, picaresca, e altro ancora. Per riavvicinare la riflessione teorica medievale alla prassi poetica, e così far luce sulle dinamiche di Inferno 19, occorre cambiare prospettiva critica. La varietas di forme, usi e temi—in fondo una caratteristica che il genere della satira condivide con la commedia—è sviante; ciò che differenzia il genere della satira da qualsiasi altro genere letterario non è la capacità di replicare il reale (to mirror, come suggerisce Classen), ma di offenderlo (nel senso latino di fendere cioé colpire; e greco di phènô, cioé uccidere).7 La satira è l’unico linguaggio la cui intentio è l’ingiuria—e per intentio si intende una qualità immanente a un determinato linguaggio, la sua finalità intrinseca, da non confondersi dunque con l’intenzione dell’au-tore (finalis causa) che, al contrario, è arbitraria e cangevole (ad esempio : moraleggiante, infamante, dilettevole, e altro).8 Come segnalano in grande numero gli scoliasti medievali—a loro volta non sempre immuni da malintesi e semplificazioni—la satira affonda le sue radici nel vernacolo dei duelli rusticani, degli scontri tribali, è espressione di uno spirito ferino, selvatico, distruttivo.9 Fare uso di questo tipo di linguaggio è tollerato ma solo al patto di osservare certe restrizioni, una sorta di regole di ingaggio disegnate dai retori nel corso di secoli di riflessione esegetica e normativa. Tra di esse, ad esempio, la norma che richiede allo scrittore satirico di bilanciare la vituperatio con la laudatio: “reprehensione vitii et commendatione virtutis.”10 Altre forme di contenimento prevedono il divieto di dileggio ad personam; lo scrittore...
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