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Nella prima stanza della canzone Voi ch'ntendendo il terzo ciel movete si pongono problemi il cui sviluppo si rivela cruciale anche per la Commedia: a partire dalla nuova materia poetica, dal nuovo linguaggio, dalla costituzione del testo poetico, per giungere alla sua comunicabilità e comprensione.Il plurimo livello di lettura che, in questo secondo trattato, Dante dichiarerà di esigere per il Convivio, se applicato a questa canzone e, in particolare, a questa prima stanzasulla quale ci fermeremo -ci aiuta a comprendere le modalità con le quali l'auctor vuol piegare il testo a futuri obiettivi, forse non previsti al momento della sua scrittura.Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete, udite il ragionar ch'è nel mio core, ch'io nol so dire altrui, sì mi par novo.El ciel che segue lo vostro valore, gentili creature che voi sete, mi tragge ne lo stato ov'io mi trovo.Onde 'l parlar de la vita ch'io provo par che si drizzi degnamente a vui: però vi priego che lo mi 'ntendiate.Io vi dirò del cor la novitate, come l'anima trista piange in lui, e come un spirto contra lei favella, che vien pe' raggi de la vostra stella 1 .La percezione immediata, a una prima lettura è quella della centralità assoluta del pronome Voi che apre la stanza, che torna altre quattro volte, e che la chiude nella forma aggettivale vostra 2 : appello forte e accorato a chi possa garantire, con l'ascolto, l'esistenza stessa dell'enunciato poetico.La memoria della Vita Nuova è ancora pressante e ravvicinata: e quel voi, con richiamo immediato, evoca la donna gentile, anche se il contesto è di peso e gravità diversa.Qui le entità sottese dal voi, le gentili creature, si configurano come l'ipostasi stessa dell'enunciato poetico; e il contesto, squisitamente dialogico, richiede che l'enunciato sia impeccabile: l'emittente deve far uso di un eloquio appropriato e cortese e, al tempo 1 Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete, vv.1-13. 2 Da notare il fonema vo che si alterna alla forma rovesciata ov (in movete, novo, ove, trovo, provo, vv. 1, 3-8), collocato nella parte finale del verso.stesso, il destinatario deve possedere gli strumenti per una corretta comprensione e deve essere disposto nel modo dovuto all'ascolto.3. Poi li ho chiamati ad udire quello ch'io voglio, assegno due ragioni per che io convenevolemente deggio loro parlare.L'una si è la novitade de la mia condizione, la quale, per non essere da li altri uomini esperta, non sarebbe così da loro intesa come da coloro che 'ntendono li loro effetti ne la loro operazione; e questa ragione tocco quando dico: Ch'io nol so dire dire altrui, sì mi par novo.4. L'altra ragione è: quand'uomo riceve beneficio, o vero ingiuria, prima de' quello retraere a chi liele fa, se può, che ad altri; acciò che se ello è beneficio, esso che lo riceve si mostri conoscente inver lo benefattore; e s'ella è ingiuria, induca lo fattore a buona misericordia con le dolci parole.5. E questa ragione tocco, quando dico: El ciel che segue lo vostro valore, Gentili creature che voi sete, Mi tragge ne lo stato ov'io mi trovo.Ciò è a dire: l'operazione vostra, cioè la vostra circulazione, è quella che m'ha tratto ne la presente condizione.Però conchiudo e dico che 'l mio parlare a loro dee essere, sì come detto è; e questo dico qui: Onde 'l parlar de la vita ch'io provo, Par che si drizzi degnamente a vui.E dopo queste ragioni assegnate, priego loro de lo 'ntendere quando dico: Però vi priego che lo mi 'ntendiate 3 .Il lessico utilizzato (convenevolmente, conoscente, buona misericordia, dolci parole, vostro valore, gentili creature, degnamente, priego loro) non lascia dubbi: come indicavamo, le gentili creature si configurano come l'esatta copia delle donne gentili cui Dante si rivolge nella Vita Nuova.Ma v'è altro ancora: questa stanza si costituisce come una sorta di trait d'union fra le donne gentili della Vita Nuova e quelle della Commedia, risultando l'antecedente più scoperto e diretto della scelta retorica che caratterizza l'episodio di Francesca da Rimini.Cominciando dal richiamo di Dante alle due anime affannate, che ha impeto simile al Voi che apre la canzone, e nasce da un ravvicinato bisogno di dar vita al novo ragionar.La situazione, nel V canto dell'Inferno, viene però rovesciata: è Francesca, creatura gentile, che scaverà nella memoria e narrerà la sua storia con eloquio retoricamente impeccabile certa che, colui che l'ha interpellata, sarà perfetto uditore della sua storia: l'animo gentile e l'intelletto del personaggio Dante sono garanzia che il messaggio verrà pienamente compreso.Numerose sono le analogie, a cominciare da elementi lessicali: Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete, udite il ragionar ch'è nel mio core, I' cominciai: «Poeta, volentieri parlerei ch'io nol so dire altrui, sì mi par novo.(… ) noi udiremo e parleremo a voi, El ciel che segue lo vostro valore, gentili creature che voi sete, mi tragge ne lo stato ov'io mi trovo.3 Convivio, II, VI, 3-5.Onde 'l parlar de la vita ch'io provo Di quel che udire e che parlar vi piace, par che si drizzi degnamente a vui: però vi priego che lo mi 'ntendiate.Convenevolmente, Ed elli a me: «Vedrai quando saranno più presso a noi; e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno».conoscente, buona misericordia, poi c'hai pietà del nostro mal perverso.dolci parole, quanti dolci pensier, vostro valore, gentili creature Mentre che l'uno spirto questo disse, l'altro piangëa; e anche duro a sofferire sì che di pietade che io nol potei sostenere.io venni men così com' io morisse.E caddi come corpo morto cade.Forte, nella stanza, il "par che si drizzi degnamente a vui", che rimanda con immediatezza all'immagine di Francesca così come viene rappresentata, in particolare nei secoli XIV-XVI, mentre si rivolge a Dante con l'indice alzato, segnale del dicere vehementer col quale racconta la sua storia.E più tenue, certo, da un punto di vista del richiamo lessicale, ma altrettanto forte dal punto di vista narrativo, è il richiamo alla "battaglia" che avviene nel cuore di chi parla:
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