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Il contributo si propone di analizzare la proposta di Direttiva relativa al miglioramento delle condizioni di lavoro nel lavoro mediante piattaforme digitali. Nell'individuare le principali sfide per l'ordinamento italiano, l'A. si sofferma su tre questioni. La prima, che appare la più rilevante, riguarda il campo di applicazione soggettivo della Direttiva: la proposta europea si articola su due livelli di tutela, distinguendo coloro che hanno un contratto o rapporto di lavoro subordinato riconosciuto dal diritto nazionale e le «persone» fisiche che, a prescindere da un vincolo di subordinazione, svolgono un lavoro tramite piattaforma. Viceversa l’ordinamento italiano, che storicamente è più articolato, contempla un’ampia area intermedia di lavoro parasubordinato, etero-organizzato e autonomo debole, al quale si applicano, in modo graduale, specifiche tutele. La seconda questione concerne il meccanismo della presunzione legale di subordinazione applicabile al lavoro su piattaforma (cfr. art. 4). Si tratta di una procedura semplificata di verifica della condizione occupazionale dei lavoratori digitali, che risulta però estranea al sistema giuridico domestico e soprattutto al modello di accertamento dello status di subordinazione adottato dalla giurisprudenza, esigendo quindi un raccordo normativo e interpretativo non semplice. L’ultima questione sollevata dalla proposta europea attiene alla definizione dei diritti riconosciuti ai lavoratori nei confronti della piattaforma digitale. La Direttiva è focalizzata sui diritti collegati alla gestione algoritmica e alla trasparenza dei sistemi decisionali automatizzati (cfr. Capo III), mentre sembra persino comprimere o restringere l’ambito operativo di alcune tutele sostanziali riconosciute nell'ordinamento domestico.
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