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Il secondo saggio prende in considerazione lettere nel teatro del Goldoni, e in parti- colare l'abilità con cui l'autore sa "ricavarne un'occasione drammatica, una situazione teatrale" (94): dalle peripezie che la consegna di molte di tali lettere subisce per colpa dei servi incaricati di farlo, a quelle che per svariati motivi vengono strappate o co- munque lette con difficoltà o non lette affatto o il cui contenuto viene malignamente cambiato da chi le legge per confondere il destinatario, all'interpretazione, ai commenti e alle reazioni che la lettura delle stesse suscita nei personaggi.La Stewart riporta tutta una serie di esempi che documentano una casistica quanto mai variata e differentemente modulata, alla quale sembra peraltro opporsi il fatto che fra tutte quelle lettere non se ne trovi nessuna "che sia di per sé veramente comica, spiritosa, brillante, oppure acuta e commovente" (131); in esse si può solo rintracciare a volte "una lezione di costume e di moralità" (133) o una "lezione di stile" (142), ma in ultima analisi quello che costituisce uno dei generi letterari più diffusi e più vivaci del Settecento, soprattutto al tempo dell'Illuminismo, non sembra aver lasciato tracce degne di rilievo nel teatro del Goldoni.Strettamente legato a questo è il saggio successivo, in cui viene esaminata l'importanza delle lettereveramente ricevute dal destinatario, o solo immaginate e menzio- nate in qualche modo nel corso delia commedia; sono in tutto ben novenel contesto del Bugiardo, l'opera che il Goldoni imitò dal Menteur di Corneille (nel quale si trova solo un riferimento a una lettera che il padre del protagonista avrebbe intenzione di scrivere).La Stewart mette in risalto sia la sagacia dell'autore nel trasformare la lettura di due di tali lettere in fatto teatrale, mediante i numerosi commenti, che ne interrompono la continuità, da parte del personaggio o dei personaggi coinvolti, sia l'uso che il Goldoni ne fa sostituendole "all'arrivo sulla scena di un personaggio fin allora estraneo all'azione" (159) per giungere allo scioglimento della commedia.Nell'ultimo saggio l'attenzione è rivolta aUa femme savante, una figura che si in- contra spesso nella vita e nella letteratura del secolo.Ancora una volta l'atteggiamento del Goldoni in proposito rivela la sua "poetica della 'naturalezza'", una poetica che porta l'autore a "scartare le esagerazioni, gli estremi, la satira" (177), e in genere le sue figure femminili che rientrano in questo gruppo "non sono mai ne creature ideali, né personaggi mostruosi o anche soltanto grotteschi" (193).Ma proprio in conclusione di questa analisi la Stewart, rilevando alcune incrinature nelle protagoniste della Donna di garbo e della Donna di maneggio, giunge a quella che ci sembra una delle intuizioni più felici del suo meditato lavoro: l'opportunità di non adagiarsi, nell'interpretazione e nella valutazione dell'arte del Goldoni, a quella "ricerca del semplice, del verosimile, del naturale" (193) che egli stesso postulava alla base del suo teatro, e il conseguente invito a ricercare in lui anche dell'altro.
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